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Bel giovane di inizio secolo, stipendio passeggero, casa ammobiliata e corredo, cerca ragazza di virtù facoltativa, allo scopo di attraversare insieme le guerre e le notti del secolo immanente.

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utente anonimo in applausi per fibra

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sabato, 01 luglio 2006

mi sono rivolto a un'

postato da: gastonestesso alle ore 20:03 | link | commenti (1)
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un poco come la vita

amore soprattutto

Gastone è un ragazzo romano sulla trentina che si innamora troppo spesso per essere veramente felice. Questo diario intimo era un percorso sulle sue tracce, iniziato e motivato nei post del 19 dicembre 2005.

Oggi non esistono più i motivi che hanno dato il via a quella ricerca. Nei mesi gli appuntamenti con questo diario si sono diradati, si è spenta una certa malinconia che li animava, ma la voglia di scrivere è rimasta.
Gastone non si trova, ma ha senso cercarlo? Io sono sempre lo stesso, ma il mio stato d'animo è differente e ho bisogno di trovare una cosa nuova. Per questo mi rivolgo a un'Agenzia Matrimoniale. Ci vediamo lì. Tutto quello che ora mi viene in mente, sono le parole di qualcun altro...

Alla lettera s, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come "L'amore".

Goffredo Parise

postato da: gastonestesso alle ore 20:01 | link | commenti
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giovedì, 25 maggio 2006

applausi per fibra

bambino in uno stanzino

Io mangiavo lucertole aperte da ragazzino
tornavo a casa e vomitavo in mezzo al giardino.
Non ho mai smesso un giorno di fantasticare
non ho mai fatto grandi successi in generale.

Fabrizio Tarducci

postato da: gastonestesso alle ore 01:05 | link | commenti (13)
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martedì, 04 aprile 2006

poesia di gruppo

gli acmeisti allo straydog cafe

Da qualche settimana seguo una serie d'incontri con importanti poeti romani in una piccola casa editrice, proprio dietro il mio palazzo, dietro piazza Bologna. Gli incontri sono diretti da due tipe che non superano i trentacinque anni, che hanno organizzato in passato alcuni festival di poesia e che chiamano tutti i poeti per nome, come fossero loro amici, anche quelli già belli e sotterrati. Gli incontri sono settimanali e durano tre mesi per la cifra di 450 euro, che ho scelto di pagare nella formula rateizzata di 90 euro, entro il 15 di ogni mese. Il 16 di ciascun mese, alle dieci del mattino, ricevo una telefonata sul cellulare dall'efficace segretaria della casa editrice che, dopo avermi informato di qualche iniziativa di cui si sapeva già da tempo, mi domanda se ho «provveduto al pagamento» della rata mensile. Queste brevi chiamate, che potrei romanzare come piccoli appuntamenti romantici, so che scompariranno senza traccia e che non saranno mai più di cinque, cioè quante le rate grazie a cui raggiungerò la cifra che estinguerà il mio debito con la casa editrice.
Mercoledì scorso l'incontro era con un poeta tanto importante che una delle due tipe, la più carina, quella che neanche mi guarda in faccia quando le parlo, si alzava in continuazione la maglietta a fare vanto di un ventre piatto e bianco come un petto di pollo al vapore. Lo sottolineava accarezzandosi la pancia con una mano, passando con la punta delle dita sotto la cinta, dentro la minigonna. In un prologo di impresa masturbatoria, i polpastrelli andavano di sicuro a toccargliela. La donna e il poeta erano in piedi accanto alla porta della stanza. Lei si teneva a una distanza talmente ravvicinata che se avesse allungato la lingua gli avrebbe toccato la punta del naso. Non l'avevo mai vista parlare così con nessuno, scoprivo che conosceva la complicata faccenda del parlare e guardare in faccia contemporaneamente. Il poeta aveva una cinquantina d'anni e l'aria di chi li ha trascorsi sui libri; postura ricurva, vecchi occhiali con lenti molto spesse. La posa di chi un tempo sapeva con certezza che il proprio aspetto non avrebbe mai permesso di godere delle fantasie sessuali di una che aveva il pube glabro come una pornostar; di chi un tempo lo sapeva, ma ora, senza aver in pratica cambiato nulla del proprio atteggiamento, ha goduto di questo e ben altro. E ora ciò gli quadra, ne è avvezzo, come quando chiude un verso e tutto torna in una assonanza che ha del musicale.
Mentre la tipa si occupava del poeta poco prima dell'inizio dell'incontro, l'altra parlava con me e un altro rateizzato delle sue stronzate, della sua vita e delle sue emozioni di cui non mi fregava assolutamente niente. Da seduto, attraverso la V rovesciata che formava il suo braccio col fianco, mi godevo la scena della giovane entusiasta e del poeta delle occasioni.
Durante l'incontro, il poeta ha parlato a lungo del significato del lavoro di traduttore. Diceva che la nostra vita non è altro che un lavoro di traduzione. Noi ci traduciamo nel domani che viene e sta sempre venendo. Mi chiedevo dove sto traducendo la mia di vita, se non sia un testo pieno di buchi per parole che non sapendo interpretare, ho lasciato in sospeso.
Quando il poeta è uscito, la tipa carina si è rivolta al piccolo pubblico, ma fissando il vuoto come pensasse tra sé, e ha detto: «È bravo Valerio, vero?». Tutti annuivano partecipativi come chi ha fiducia nello spirito curativo di certi discorsi intellettuali. Mi tornava in mente quel “Valerio” detto con tanto compiacimento, immaginavo che avrebbe detto “Giacomo” per parlare di Leopardi. Quasi subito l’altra tipa è rientrata nella stanza dopo aver accompagnato Vale alla porta e ci hanno invitato a fare un esercizio di poesia e a leggerne qualcun'altra assegnata in precedenza. Hanno già cominciato a chiamarmi bastian contrario, pensavo avrei potuto nasconderlo più a lungo. Non ho scritto le poesie assegnate ed evito attentamente di partecipare a letture di gruppo di poesie di altri.
Alla fine dell’incontro ho chiesto se era possibile proporre poeti da invitare, sono rimaste spiazzate, ho chiesto Milo De Angelis, mi hanno chiesto perché, ho risposto perché mi piace. Dopo i saluti ho cercato di tornare sul discorso De Angelis dicendo che sarebbe davvero bello averlo. Una mi fissava come fossi un bambino, l’altra non guarda mai. Uscendo ho notato che sulla porta, la targa della casa editrice è attaccata sotto a quella di uno studio dentistico con cui divide l’appartamento. Ho sceso i gradini delle scale sorridendo di questa cosa, ma mi ha fermato una ragazza del corso, un’altra rateizzata credo, per dirmi che ha conosciuto Milo De Angelis grazie a un concorso. Si è ripromessa di portarmi il bando al prossimo incontro. L’ho ringraziata, salutata e mi sono allontanato continuando a sorridere. Grande vecchio Milo.

postato da: gastonestesso alle ore 01:55 | link | commenti (19)
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venerdì, 24 febbraio 2006

la follia di almayer

un po

Ora che se n'era andata bisognava dimenticare; e lui s'era formato la convinzione che la cosa doveva essere fatta sistematicamente e con ordine. Con grande stupore di Alì si lasciò cadere sulle mani e sulle ginocchia e, strisciando sulla sabbia, cancellò scrupolosamente con le mani tutte le orme lasciate dai piedi di Nina. Ammonticchiò mucchietti di sabbia, lasciandosi dietro, fin giù sul mare, una lunga fila di tombe in miniatura.

Joseph Conrad

postato da: gastonestesso alle ore 02:22 | link | commenti (14)
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martedì, 21 febbraio 2006

la follia di gastone

petrolini in gastone

Questa estate, io e una ragazza che vive dall'altra parte del mondo ci siamo innamorati, ma non è durato granché, la distanza si è abbattuta su qualcosa che era ancora troppo piccolo. I contadini dicono che se il grano cresce troppo in fretta, non ha modo di sviluppare uno stelo robusto e quindi si spezza.
Ricordo che la sera che abbiamo passato a Roma, prima di partire insieme per Madrid, lei teneva i capelli raccolti e fermi con delle forcine che non avevo mai visto, lunghissime. Pensavo che volesse dare l'idea di portarli ancora corti, come quando l'avevo conosciuta l'estate prima, come a dirmi che era la stessa, che le cose non cambiano. Faceva caldo e tutto sembrava avere una risposta evidente. Sembrava l'eternità. Un giorno di questo autunno ho ritrovato una di quelle forcine sotto un sedile dell'auto, lo sportello restava aperto, era uno dei primi giorni di freddo, ancora più intenso perché vestivo come uno che non si è ancora fatto una ragione che l'estate è passata. Sono rimasto a fissare la forcina per un po', a domandarmi come avesse potuto durare più dell'eternità. Mi accorsi che l’espirazione aveva perso qualche turno, volevo vomitare. Come se scottasse, scagliai la forcina in un brutto prato dove i drogati abbandonano le siringhe. Il giorno dopo ero all'autolavaggio, pagavo il supplemento pulizia approfondita e ripetevo come uno scemo a un polacco «Mi raccomando, bene dentro». Quel povero diavolo rispondeva «Supplemento è bene dentro».
Tre settimane fa ho avuto un'altra storia e mi sono dimenticato di tutto il resto per dieci giorni. L'ho vissuta cancellandone di continuo le tracce, per non dovermi trovare poi a farlo in un momento in cui sarebbe stato più difficile trovarne la forza. Così lei mi sorrideva perchè con attenzione levavo i suoi capelli dalle mie magliette e dalla macchina, buttavo in fretta qualunque pezzo di carta che riconducesse a lei, lavavo vestiti che avevano rubato tracce del suo profumo, le prestavo solo cose che non avrei avuto difficoltà ad abbandonare. Come un lago immobile, tornavo a pareggiare la superficie dopo che una barca di passaggio aveva squarciato l'acqua. Subivo l’onere di possedere uno sguardo assoluto che mostrava solo a me l'inizio di un progetto, e purtroppo anche la sua fine. Una sera che ho dormito da lei, ho comprato uno spazzolino perchè avevo dimenticato il mio. Il giorno dopo l'ho ficcato dentro un cassonetto, anche se usato una volta sola. Non bisogna avere paura di sacrificare vittime nella lunga camminata per superare il termine della notte.
Una volta ho letto un romanzo che raccontava di un'isola in cui vanno a finire tutte le cose che si perdono e che lì si può ritrovarle. Ci ho pensato molto, questo mio cancellare non è una difficoltà a lasciarmi andare, quello c'è maledettamente sempre; è un'incapacità a fidarsi, della quale ormai comprendo anche la più remota ragione.
Anche questa storia è finita una mattina, senza preavviso e senza senso, da un giorno all'altro. È bastato qualche istante per guardarmi intorno e accorgermi che non restavano tracce. Avevo fatto un buon lavoro. Sulla rubrica del cellulare solo due numeri nella distratta speranza che suonassero di nuovo. Li ho lasciati ancora qualche giorno, poi sono andati via anche quelli, nell'isola delle cose perse, insieme a tutti quei momenti di attesa, tra una telefonata e l'altra e tra un incontro e l'altro, di cui non sono riuscito a godere.

postato da: gastonestesso alle ore 02:02 | link | commenti (6)
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martedì, 14 febbraio 2006

san valentino

yield to the night

The Smiths
Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me

Stanotte ho sognato
che qualcuno mi amava
Niente speranza né conseguenze
solo un altro falso allarme

Stanotte ho sentito davvero
delle braccia intorno a me
Né speranza né conseguenze
solo un altro falso allarme

Allora dimmi, quanto
alla prossima volta?
E dimmi, quanto
per quella giusta?

È una storia vecchia, lo so
ma continua
È una storia vecchia, lo so
ma continua

postato da: gastonestesso alle ore 10:04 | link | commenti (11)
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mercoledì, 08 febbraio 2006

nonno e bambino

la nave passa

Nonno camminando abbatteva mucchi di sabbia coi piedi, poco più su, i pantaloni erano arrotolati come a fare vanto di caviglie che i peli avevano abbandonato da tempo. Come sempre la risacca si ostinava ad aggredire la spiaggia, ma puntuale ci affondava poi dentro. Lui mi teneva per mano e io gli saltellavo accanto, lungo quella riva di Cattolica, luogo certo di un'infanzia insicura. Era un poeta con una laurea in filosofia, ma non aveva mai ragionato così a fondo come con quell'anormale bambino di otto anni.
Facevo domande sulla morte, mi ero convinto che non si morisse, grande sostenitore dell'originale scontento che non avesse senso vivere se poi tutto doveva finire. E allora la morte poteva essere solo un incidente. Nonno, che era ancora più bambino di me, s'incaponiva e mi chiedeva com'era possibile allora che lui fosse vecchio e avesse i capelli bianchi e io basso e giovane. Io rispondevo che alcuni semplicemente nascevano nani come me e altri grossi come lui, e il mio anziano collega filosofo s'imbronciava e restava a borbottare per un po'.
La sera del mio compleanno, festeggiato in albergo, la sorella maggiore di un amichetto della spiaggia mi mise in mano un regalo e me ne fece un altro ancora più grande dicendo: «Otto anni... cominci a invecchiare». Per la prima volta ho sentito nella spina dorsale quel freddo ora così familiare, perseverante compagno di tutti i giorni. Di fretta come chi deve vomitare, cercavo i miei con lo sguardo, ma i miei non c'erano mai. M'infilai nella hall per mettermi a piangere. Mi trovarono subito, provai a spiegare ripetendo come una richiesta di aiuto: «Non voglio morire».
Il giorno seguente sentivo borbottare i miei, facevano discorsi come se io potessi non sentirli, non volevo accusare la sorella del mio amico di spiaggia perchè avevo paura che non sarebbe stata perdonata. Così accusai nonno, che non sarebbe stato perdonato lo stesso, «Mi parla sempre della morte...» dissi. Ero ancora lontano dal capire che quella povera ragazzina non aveva responsabilità, ero ancora una volta io a mettere in imbarazzo poveri diavoli che incontravo sulla mia strada, con la semplice assurdità della mia sola presenza. Quando nonno arrivò a pranzo, ignaro, felice, bello com'era, mio padre punzecchiò mia madre col gomito e disse «Vai, parlaci». Mamma tirò suo padre per un braccio e cominciò a sbraitargli contro. Inarcai la schiena sulla sedia in un gesto di eccessiva compostezza e puntai il naso in alto con la falsa stizza di chi fa l'offeso. In realtà era la posa di una schifosa spia. Nonno sottovoce provava a dire qualcosa riguardo al fatto che ero io a porgli certe domande, poi le parole si facevano sempre più lontane e la mia testa perse coraggio. Presi a guardare dentro il piatto per il fastidio di incrociare lo sguardo con mio padre.
Molto tempo dopo, nonno fu il primo al mondo a darmi dimostrazione di cos'è la morte, concludendo quella nostra lunga dissertazione filosofica con la sua abituale precisione e onestà. Ma mi ha lasciato solo, senza risposta e senza più fantasia. E ancora peggio, partecipe di quella risacca che continua a passare e scomparire. Eppure ho pensato che l'impronta di quei piedi sulla sabbia è un ricordo rimasto forte dentro, costruito con più orme di un lungo percorso che per me è rimasto. Forse questo è il modo di non passare, lasciare la propria emozione mentre si va. Forse è il mio tentativo, ma somiglia più a una richiesta di aiuto che affonda presto dentro la sabbia.

postato da: gastonestesso alle ore 16:30 | link | commenti (8)
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sabato, 21 gennaio 2006

senza accompagnamento

da sola

Ho trascorso la prima parte della vita a intercettare i colpi che mio padre dava a mia madre e quelli che lei provava a restituirgli. Ero così abituato che, quando stavano buoni, in un certo senso si può dire che battevo contro la porta perchè, se non strillavano, non riuscivo a dormire. Se non sentivo rumori, avevo paura che avessero fatto fagotto lasciandomi lì.
Ricordo che alle elementari piangevo sempre, ogni mattina credevo che nessuno sarebbe venuto a riprendermi. Così, uno dei primi giorni, la suora mi guardò commossa e si chinò per stringermi come una morsa, schiacciandomi la faccia dentro il suo seno e gli sporcai il petto di lacrime. A lungo mi sono domandato perché sembrasse commossa, molti bambini piangevano ogni mattina. Negli anni quella suora divenne arida e sprecò le mie occasioni a scuola con punizioni e persecuzioni e io, da parte mia, ho ricercato ancora quell’abbraccio coltivando troppo presto un terribile presentimento, così personale e interiore, che le cose cambiano e si dimenticano. Fuggivo nel mondo di mio nonno, un’epoca lontana sessant’anni, dove tutto era languori ed eleganza, e io ero Gastone.
Tempo fa, sono riuscito a svolgere un efficiente ruolo distruttivo per spezzare l’unico vincolo che legava i miei, quello matrimoniale. Ho sempre avuto l’immagine di mia madre come di una donna sola che a una festa da ballo è senza compagno, ma non rinuncia a partecipare, così con il sorriso passa tra le coppie che fanno il valzer, e avrebbe ballato anche senza nessuno intorno, senza neanche la musica. Sprecando il proprio tempo, penso io.
Con la fine dei miei come coppia, è cominciata la seconda parte della mia vita, di gran lunga più dolorosa della prima. Perché se da un lato ho ricercato senza sosta, dall’altro quel presentimento non mi ha mai lasciato e ogni giorno si fa sempre meno tollerabile. Così ancora oggi, quando non sento rumori, mi aspetto che qualcuno faccia fagotto.
Pochi anni fa, i miei compagni delle elementari si sono rivisti per organizzare una visita alla suora, ma io mi sono rifiutato di partecipare. Santini mi ha raccontato che la maestra si ricordava di tutti, li ha portati difronte alla madonnina che avevamo in cortile, si è fatta il segno della croce e aveva gli occhi lucidi. Sarebbe stata la seconda volta che la vedevo commossa, suor Costantina.
Ho desiderato che quella stretta al seno non cambiasse d’intensità. Ho subìto la solitudine di mia madre come un monito. Ho aspettato molto in quella sala, accanto all’orchestra, e mi sono accorto che per stare a lungo a fissare l'unica che balla da sola, invece di invitarla, non ho ballato neanch'io.

postato da: gastonestesso alle ore 17:37 | link | commenti (34)
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domenica, 15 gennaio 2006

viaggio al centro

la metro di ieriIl sabato pomeriggio mi piace prendere la metro per il centro, perché mi ricorda i sabati pomeriggio spensierati del liceo e un po' i pensieri si allontanano ancora. Da dove abito, a piazza Bologna, salgo sulla metro per tre o quattro fermate, poi cambio a Termini e lì via verso il centro o poco più in là, in Prati. Ieri per esempio sono arrivato fino a Lepanto dove avevo appuntamento.
Sono rimasto in piedi accanto a tre ragazzini che occupavano i posti dirimpetto a tre ragazze. Ognuno aveva da fare col proprio iPod, una ragazzina divideva gli auricolari con quella accanto che cantava un paio di strofe. La terza chiedeva al corrispettivo dirimpettaio se avesse "Falsa partenza" di Ramazzotti. «Non me lo ricordo». «E come fai a non ricordartelo?». «Ce n'ho centosessantadue qua dentro. Mica me le posso ricordare tutte». «Quante te n'entrano?». «Seicento». «Ammazza. E perché non lo riempi?». «Tanto mica me le sento tutte». «Certo, però ogni volta cambi. Poi certo magari altre volte entri in fissa con una e senti sempre quella, come mi capita a me».
Siamo scesi a Termini e il ragazzino con l'iPod da seicento ha messo il braccio intorno al collo di quella con gli auricolari in comproprietà, come un ubriaco che barcolla, quasi a strozzarla. Lei ha bofonchiato qualcosa sul fatto che lui non le prestasse molta attenzione e ha messo un broncio tenero, lui l'ha tirata a sé sfiorandole uno zigomo con le labbra, sembrava quasi dire "Non strozzo nessun'altra come strozzo te".
Jennifer si è presentata all'Eden con venticinque minuti di ritardo. Ho cominciato a pensare che abbia un interesse nei miei confronti. E questo potrebbe diventare un problema, perchè io non sono per niente interessato a lei. Sono sicuro che prima o poi questa cosa verrà fuori. Abbiamo proseguito per Cola di Rienzo fino a via del Corso, siamo entrati da Messaggerie e ho preso La Malavita dei Baustelle. Prima di andare, ho sbirciato su che cd di Ramazzotti si trova "Falsa partenza".
Al ritorno in metro ero in mezzo a un gruppo di ragazzini che imitavano una loro professoressa. Mi sembrava proprio di essere tornato a quei sabati pomeriggio in cui sembrava che la domenica non dovesse arrivare mai. Mi veniva da sorridere, ero come uno di loro. Fissandomi nel riflesso delle porte ho visto un tipo un po' troppo serio per essere scambiato con un liceale, ma forse quell'aria ce l'ho sempre avuta, anche quando ero io il ragazzino del liceo.
Un altro è entrato nel vagone tenendo una per mano e ha esordito dicendo che gli sembrava di sentire puzza di salame. Poi ha aggiunto che gli faceva venire fame. Mi è venuta un po’ di nausea pensando al pezzo di pizza che mi ero preso con Jennifer. Il tipo ha detto alla ragazza che a cena avrebbe mangiato fino a sfondarsi e poi se la sarebbe scopata. Lei gli ha risposto con un sorriso dolce, ha aggrappato le dita dallo smalto consumato al suo giubotto e gli ha accarezzato il naso col proprio, con lentezza.
Da piazza Bologna mi sono fatto a piccoli passi quel breve tragitto che porta a casa. Mi è tornato in mente un dettaglio dell'ultima coppia. A un tratto lei si è preoccupata che avessero fatto troppo tardi per incontrare gli amici di lui e il ragazzo l'ha rassicurata dicendo che non era un problema, bastava che ci fossero loro due. Nel dire questa cosa, per qualche momento ha perso quell'atteggiamento ben recitato da duro. Solo per una manciata di secondi è apparso quello che cercava di nascondere e lei non sembrava sorpresa.

postato da: gastonestesso alle ore 19:32 | link | commenti (21)
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martedì, 10 gennaio 2006

un posto per sé

da dove chiamo

Uno scrittore con cui trascorro molte ore, Raymond Carver, pensava che fosse importante avere un posto tutto per sé. Un luogo in cui leggere o scrivere, che fosse un garage, una stanza o l'auto dentro cui i primi tempi stendeva i propri racconti. Anch'io da bambino ho coltivato questo sogno, quasi in segreto. La chiamavo “la base”. Prima era una veranda che avevamo in una piccola casa in affitto a via Pitrè. Poi è stata una tenda degli indiani, l'interno dell’armadio gigante di nonna, una radura coperta dai rovi a Vitorchiano, fino al sotto di un tavolino. Quel bambino che chiamo Gastone ha speso tutta l'età a leggere libri e fumetti, di giorno e di nascosto di notte, spengendo la lucetta quando passava papà, rannicchiato in un punto, un posto tutto suo. Negli anni il posto è cambiato e il bambino con esso. Ho capito nel tempo che quel luogo è un appuntamento con sé. Un regalo di silenzio.
Le storie di Carver raccontano l'incomunicabilità, la disperazione, la fine dell'amore, la solitudine, ma anche la tenerezza, la condivisione, la rinascita. Fanno pensare a qualcuno che ha scritto quelle parole in un luogo e un momento come tanti, ma cristallizzati da un incontro con se stessi. È quello il posto? Carver in una prefazione diceva che il lettore o lo scrittore fortunato finisce le ultime due righe di un racconto e se ne resta seduto un momento o due, in silenzio. E magari il suo cuore e la sua mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. Poi, dopo, si riprende a respirare e si ritorna alla vita.
Oggi ho un nuovo posto tutto per me. Ogni mattina, sabati compresi, esco di casa, prendo l'auto per un breve tratto, entro nella biblioteca, attacco il portatile sempre nello stesso punto e resto lì. Quando posso, in silenzio. Sempre gli stessi gesti perché una ricerca ha bisogno di perseveranza, come gli errori. In un posto così grande, tutto scompare e sono dentro una tenda degli indiani o colpito dall’odore di naftalina, chiuso in un armadio.
È sempre più difficile arrivare puntuale a questi appuntamenti perchè sento sempre più lontano il luogo dove andare a cercarmi. Oggi mi ritrovo tra quegli scaffali. Un'estate faticosa ha passato la staffetta a un autunno senza suoni, poi a un inverno dove qualche estraneo che vive nel rumore ha provato a rovinare quel silenzio.
Non so quanto durerà prima di riprendere a inseguire qualcosa che forse neanche c’è più, come Gastone. Presto o tardi cercherò ancora, adesso sto qui, e dopo che avrò finito, resterò seduto ancora un momento o due, in silenzio.

postato da: gastonestesso alle ore 21:35 | link | commenti (9)
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domenica, 08 gennaio 2006

io e santini appunto

gastone e santini

postato da: gastonestesso alle ore 21:58 | link | commenti (12)
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giovedì, 05 gennaio 2006

la menzogna di helen

helen kane

Ho fatto un'associazione tra due cose che apparentemente proprio non c'entrano niente tra loro. Cesare Santini, un amico rivisto dopo dieci anni, e Helen Kane, un'attrice e cantante americana degli anni Venti.
Ho conosciuto Cesare il primo giorno di asilo e siamo cresciuti insieme per due terzi dei nostri anni. Questa amicizia di titanio ha superato l'egocentrismo dell'essere bambini, un'infame suora delle elementari che si era ripromessa di dividerci perchè questo rapporto morboso deviava i nostri comportamenti, i genitori che ci separarono alle scuole medie; questa amicizia ha superato il liceo vissuto in due ambienti sociali opposti, ha scavalcato la realtà che sbatte in faccia quando ti si chiude alle spalle il cancello della scuola. Dopo tutto ciò, quando eravamo abbastanza oltre i diciotto per frequentarci quanto avremmo voluto, un giorno smettemmo di chiamarci, senza nessuna ragione. Ricordo che gli ultimi tempi compravamo i cornetti a un chiosco e restavamo poggiati fuori fino a notte fonda. A quel chiosco da ragazzino c'ero andato con il mio primo grande amore e una volta mi si bagnavano gli occhi a ricordarlo. Anche Cesare lì parlava dei casini suoi.
Molti mesi fa l'ho richiamato e non era sorpreso, mi è sembrato in attesa. Come se dopo l'ultima volta si fosse messo seduto accanto al telefono. Ma non era lo stesso. Ci siamo richiamati un paio di volte, ma niente. Questo Natale gli ho telefonato ancora e ci siamo visti. Ho accostato la macchina e lui era in piedi difronte a un'edicola, non mi ha notato, così ho potuto spiare quest'uomo che non avevo mai visto. La bocca un po' aperta dalla stanchezza, gli avambracci ben calcati dentro le tasche del giubbotto, i jeans aderenti che finivano sopra a due scarpe grosse da operaio. Dopo tutto un pomeriggio insieme, ci siamo salutati convinti di esserci ritrovati. Entrambi abbiamo finto di crederlo veramente. La difficoltà nel cercare un argomento di discussione non era dovuta agli anni, ma a un'amicizia che non ha più in comune neanche i ricordi. Eppure siamo andati via convinti di una menzogna.

Nel 1930 Helen Kane venne usata da modello per creare il cartone Betty Boop. Adoro alla follia quella piccola sbadata che però si rimbocca sempre le maniche, o meglio la guepierre. Ho letto da poco degli articoli su Helen Kane che amo altrettanto perchè è l'unica controparte in carne e ossa di un cartone animato. Mi ha sempre affascinato il surreale legame che le unisce. La Kane era chiamata "la ragazza del boop-boop-a-doop", per il ritornello di I wanna be loved by you, la sua canzone più celebre e il suo marchio di fabbrica. Era famosa soprattutto per aver intentato una causa da 250.000 dollari contro Max Fleischer, il creatore di Betty, e la Paramount. La Kane sosteneva che Betty Boop avesse rubato i suoi fan, ma la sua carriera era già da tempo in una parabola discendente. La causa era incentrata soprattutto sull'uso del boop-boop-a-doop che Betty usava e che la Kane aveva inventato. Le cose per Max Fleischer si aggravarono quando dichiarò il falso negando di essersi ispirato alla Kane. Le doppiatrici del cartone negarono di aver cercato di imitare la voce dell’attrice. Fino al colpo di scena. Il 2 maggio del 1934, la Paramount riuscì a scovare un filmato del 1928 dove un'altra cantante, Baby Esther, usava il boop-boop-a-doop, ponendo di fatto fine a quel processo.

Helen Kane ha vissuto una menzogna di cui si era realmente convinta. Cesare, difronte al chiosco di cornetti, ricordava a malapena di esserci mai stato. Io guardavo Cesare e vedevo una somiglianza smentita dal riflesso sul vetro del chiosco.
Cos'è la menzogna di Helen? Quali sono le bugie che ci diciamo prima di addormentarci. È vero. Non cambieremo. Ti voglio bene. Ci sarò.
Perchè mentiamo? Per nasconderci qualcosa, per non ferire i sentimenti di qualcuno, perchè è l'ultima via di fuga rimasta. Ma quella che chiamo la menzogna di Helen è molto di più, è convincermi fermamente che qualcosa che non esiste è ferma in piedi difronte a me.

Ho usato per la prima volta il boop-boop-a-doop durante una prova, come una specie di intermezzo. È difficile da spiegare, io stessa ancora non me lo spiego. C'è un po' di vo-de-o-do del charleston, di boo-boo-boo di Crosby e di cha-cha-cha di Durante.

Helen Kane

postato da: gastonestesso alle ore 23:21 | link | commenti (11)
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sabato, 31 dicembre 2005

riservami un valzer

scendendo le scale

Come mi immagino stasera? Appena un po' in ritardo, lascerò Farfa suonare il clacson una seconda volta. Mi precipiterò per le scale scivolando col palmo guantato di bianco sul corrimano di mogano. Guarderò le mie ghette e penserò che avrebbero potuto essere ancora più pulite. Farfa come sempre tirerà le marce della Citroën quadricromatica fino al circolo. Avremo quell'occasione di tutti, il momento in cui, scendendo le scale della sala, le code degli occhi saranno su di noi e sapremo sostenerlo, ricambiando con veloci sguardi alle scollature sulle schiene delle dame.
Credo proprio che riserverò un valzer alla signorina che abita sul molo dall’altra sponda della baia. L'orchestra suonerà la Sinfonia Fantastica e la seguiremo finché gli staffieri non prenderanno a girare le sedie sui tavoli. Prometterò di portarla a danzare ancora, tutti i sabati sera. Di comprare un negozio di abiti da cerimonia per non venderne nessuno, per portarne uno diverso ogni sera.
Sul ritorno, tutti avremo dichiarato il nostro amore alla vita e a chi stanotte ci avrà fatto compagnia per un pezzo di essa. Mentre i fari della Citroën di Farfa cederanno ai bagliori della prima timida di più di trecento albe. Sul lungofiume di lampioni ancora accesi inutilmente.

Be’, Gastone, non credo che andrà proprio così. Però sono agghindato e sto davvero aspettando una citofonata per scendere, ma senza smoking e senza Citroën di quattro colori. Anche stasera spero di ritrovarti, Gastone mio, per passeggiare e allontanarci verso quello che verrà, sottobraccio, fischiettando il tuo motivetto. Dimenticavo di dirti che sono puntuale. Neanche un po' in ritardo.

postato da: gastonestesso alle ore 19:58 | link | commenti (17)
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giovedì, 29 dicembre 2005

chiedi alla polvere

fante

Una specie di fiore grigio si schiuse tra di noi, un pensiero che, quando prese forma, parlò dell'abisso che ci separava.

John Fante

postato da: gastonestesso alle ore 19:47 | link | commenti (6)
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mercoledì, 28 dicembre 2005

lettera mai spedita

fuochi distanti

Mettendo un po' a posto, questo Natale ho trovato una lettera mai spedita da Gastone, destinata all'altra parte del mondo. La spedisco io ora. Scelgo questa come consuntivo dell'anno che se ne va.
Come tutte le lettere non spedite, parla di cose che non sono riuscite a succedere.

Come ti ho scritto ieri, l'estate è arrivata e sabato notte sono stato a una festa sulla spiaggia a Fregene, un posto vicino Roma. C'erano tutti questi ragazzini dell'ambiente cinematografico, ho respirato un'aria molto decadente, proprio come nel nostro amato Gatsby. L'amico regista mi ha portato lì perchè voleva convincermi a scrivere un film che non si farebbe mai.
Abbiamo conosciuto giovani attori in cerca dell'amicizia di registi e scrittori, nella speranza forse solo di trovare un posto in questo lungo viaggio. Con due attrici, anche psicologhe, abbiamo parlato degli attentati di Madrid, poi ci hanno detto che le nostre due teste sono interessanti. Sì, lo penso anch'io.
Quando sono in un posto come questo, ho voglia di restare solo. Così ho preso un mojito e me ne sono andato a passeggio sul bagnasciuga. Di fianco c'era un'altra festa che ho sbirciato a distanza, c'erano fuochi artificiali, voci lontane, qualcuno scherzava di un attacco terroristico. C'era una pista da ballo sulla sabbia che mi ha ricordato quella festa in spiaggia di un anno fa, dove siamo stati la sera che ci siamo conosciuti. Il mare mi ha ricordato che le vacanze stanno per arrivare.
Come va lì, dall'altra parte dell'oceano? Mi domando perchè hai bisogno di tanto tempo per rispondere a una lettera. Se riesco a spedirti anche questa, significa che non mi sono ancora stancato dell'assurdità della situazione.
Quando sono tornato indietro, i miei amici erano nello stesso luogo in cui li avevo lasciati. Parlavano ancora delle stesse cose.
Il giorno seguente sono stato sempre solo in questa nuova casa gigante. Quando è rientrata mia madre, l'ho aiutata con la cena. Pensando che le vacanze stanno per arrivare.
Beso enorme.

postato da: gastonestesso alle ore 17:29 | link | commenti (6)
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martedì, 27 dicembre 2005

quando era l'ora di babbo natale, bisognava chiudersi nello studio del nonno scrittore

Gastone è cresciuto nella casa della nonna. Stanzone con soffitti alti e un corridoio che terminava dentro il buio e, proprio lì dentro, una piccola camera con una scatola colma di fumetti. Ogni pomeriggio Gastone faceva i compiti con la nonna che di tanto in tanto lo stringeva con abbracci stritolanti. Dentro quella casa Gastone festeggiava la vigilia di Natale con i genitori, il fratello, gli zii, i due cuginetti e i nonni. Quando era l'ora di Babbo Natale, bisognava chiudersi nello studio del nonno scrittore. Così, insieme al fratello e ai due cuginetti, si aspettava che Babbo Natale lasciasse i regali e andasse via, non doveva essere visto. Lo studio era tutto di legno, c'erano grosse sedie coi cuscini e coi pomelli con la forma di strane facce arrabbiate, vecchie statuette di legno che sembravano indigeni delle tribù e quadri antichi che giravano gli occhi quando passavi sotto. La sera di una vigilia, la cuginetta colpì Gastone nell'occhio con un cuscino e lui corse fuori per farsi stritolare da un abbraccio della nonna. Gli adulti tenevano bustoni neri della spazzatura da cui tiravano fuori regali che posavano sotto l'albero.
Oggi dentro quella casa ci vivo io e non è più la stessa. Gastone e i nonni non ci sono più, il vecchio studio ora è una moderna camera da pranzo e il corridoio è sempre illuminato, non c'è più nessun buio da cui andare a pescare fumetti. Dentro la casa dove vivo si festeggia ancora la vigilia, ma ogni anno siamo sempre meno. La cugina in tailleur non tira più cuscinate e tutti aspettano la fine della cena per scambiarsi i regali. A tratti, per quel corridoio, dentro uno specchio, rivedo Gastone, ma è un momento, una sensazione che continua a ripetersi, come di un abbraccio che appena dato, viene poi subito tirato via.

babbo natale

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giovedì, 22 dicembre 2005

al varietà

I fumetti sono stati la cosa più importante della mia vita fino a vent'anni. Poi, crescendo, ho cominciato a dare peso a cose di maggior valore come le paperette di gomma nella vasca da bagno.
Da bambino compravo molti fumetti e di tutti i generi, anche segretamente affascinato dalla possibilità che potessero aumentare di valore e diventare una collezione. Ho migliaia di albi, fascicoli, libri, volumi e credo che nessuno valga qualche centesimo in più di quando i soldi della mia paghetta l’hanno acquistato. A questa passione sono legati i ricordi più belli della vita di Gastone. Uno di questi è l'immagine di mio nonno che veniva a prendermi con la sua bianchina, mi aiutava ad allacciarmi la cintura e mi portava nel quartiere Trionfale, in una piccola fumetteria che ora non c'è più. Mi sembrava di attraversare un tratto immenso, ora so che non era a molte fermate di metro da casa e a volte passo per quelle zone con distrazione, dopo aver guidato solo per una decina di minuti. Mio nonno mi aspettava tutto il tempo in macchina, con pazienza, finché non uscivo con la mia busta carica di carta che sarebbe stata una buona compagna dei giorni seguenti. Mi fissava e chiedeva «Hai bisogno di qualcosa?». «No, no, avevo i soldi miei». «Sicuro? Vieni che ti do qualcosa». «No, no, ho fatto». Risalivo sulla bianchina, mi aiutava ancora con la cintura e avevo sempre la sensazione che dovessimo piano piano ritraversare l'oceano.
Ieri, mercoledì, ero così felice che sentivo l'esigenza di dare alla mia gioia forma e sostanza. Così ho esaudito un grande sogno di nonno e l'ho accompagnato a vedere uno spettacolo di satira politica che una celebre compagnia di attori tiene in un teatro del centro. Spettacolo e compagnia sono terribili, qualcosa in cui vergognarsi di essere visti. Per pensarla in maniera romantica, nei primi anni del secolo scorso si sarebbe chiamato Varietà. Il pubblico è composto quasi unicamente da rotondi politici della Roma più godereccia e sprecona che si accompagnano a ragazzine di poco più di vent'anni che hanno raggiunto in fretta i trenta. Io e nonno, lì in mezzo, non c'entravamo niente. Eravamo ancora il vecchio e il bambino, Gastone. Un paio di volte mi ha chiesto se volevo qualcosa al bar. «No, no, grazie, sto a posto così». «Sicuro? Dài che dopo ci prendiamo un caffé». «No, no, grazie, sul serio».
Mio nonno si è divertito e io con lui. Siamo tornati alla mia macchina a passo svelto per il freddo, l'ho aiutato con la cintura e siamo ripartiti. Ho saputo che stamattina ha raccontato a mio padre che mi sono divertito molto. Io ho creduto che in fondo a lui piaccia pensare che è stato lui, ancora una volta, ad accompagnarmi.

teatro di varietà

postato da: gastonestesso alle ore 22:42 | link | commenti (2)
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martedì, 20 dicembre 2005

stagione nel sole

Le stagioni nel sole finiscono, lo sai, proprio quando ti accorgi di amarle più che mai. È tutto il pomeriggio che mi gira in testa questa canzone di Vecchioni.
Ieri Esse si è rifatta viva. Con un'email in cui mi chiedeva di scriverci in serata tramite Msn. Le ho proposto dalle 20 alle 21, perchè poi uscivo per una festa a cui non potevo sottrarmi, cerco di guardarmi intorno e niente mi fermerà. Esse ha risposto inequivocabile «Ok... ci sarò per quell'ora». Con me bisogna pesare bene le parole.
Alle 20 ho ricevuto una telefonata di lavoro che aspettavo da settimane, così mi alternavo fra la cornetta, il computer con cui sistemavo le indicazioni che mi dettavano, mia madre che gridava per la cena e l’agghindarmi per la festa. In quel preciso momento Esse si è connessa su Msn e ha cominciato ansiosa a mandarmi messaggi per chiedermi se ero in linea. Il dio delle otto di sera ha voluto che la telefonata terminasse con una gara di formali saluti reciproci. Ho chiesto a mamma di cominciare a cenare senza di me, che avrei dovuto finire una cosa urgente, ma i miei fratelli non erano in casa, così ha cominciato da sola. Quando sono uscito dalla cucina ho lanciato uno sguardo sulla sua schiena, era piegata sul piatto. Mentre mi connettevo con Msn avevo ancora quell'immagine di mia madre da sola al centro della nostra grande cucina nuova e bianca, con le sedie vuote intorno al tavolo e due piatti apparecchiati. Uno su cui era curva.
Esse mi ha scritto che si era connessa solo per salutarmi, non poteva restare perchè la sua cena era pronta. Mi ha chiesto se potevamo scriverci il giorno dopo, le ho risposto che sarei stato in biblioteca, come sempre. Lei non avrebbe dovuto esserci, ma sarebbe venuta solo per me, liberandosi in anticipo da un altro impegno, solo per chiarire. «Meglio a quattr'occhi che per email, no?», mi ha chiesto. Io tacendo ho acconsentito per scritto e ho pensato che non sono stato io finora a cercare la comunicazione epistolare. Dopo mi sono messo a tavola e mamma ha chiesto se avessi già finito, le ho risposto che era una cosa da poco. La mia bugia bianca si è fatta eco dentro la cucina vuota.
Stamattina, sulla soglia della biblioteca, è arrivato uno di quegli attimi di momentanea fissità in cui mi chiedo chi è e dove si è andato a infilare Gastone. Lavoro quasi tutti i giorni lì, proprio come Esse. Mi sono seduto al solito posto e ho parlato un po' con Mauro, un assistente di sala. Come sempre ho lavorato fino all'una e un quarto, l'ora in cui me ne vado. In quel momento mi sono ricordato di un dettaglio. Qualche giorno prima, mentre uscivo, mi veniva incontro Esse dicendomi che aveva fatto una corsa apposta per incontrarmi e sorrideva perchè aveva visto la mia macchina fuori. All'una e trenta mi sono alzato, ho chiuso il portatile, ho salutato Mauro, sorriso alla tipa del guardaroba, percorso a minimi passi il lungo tratto dall'entrata alle macchine. È stato in quel momento che mi è venuta in mente una frase di Vecchioni e via poi tutta la canzone. Scusa se non ti aspetterò, si prende il treno che si può.

postato da: gastonestesso alle ore 19:59 | link | commenti (3)
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... e due

Vista la notte precedente, stanotte avevo un po' di angoscia a mettermi sotto le coperte, rimboccarmele fino alle orecchie, chiudere gli occhi e restare sveglio per otto ore. Questo non riuscire a dormire mi fa sentire sconfitto, è come il colpo di grazia dopo una faticosa lotta diurna. Invece ho dormito come un sasso e la sveglia mi ha riportato alla realtà.
Poi ho cominciato a rimettere ordine ai miei appunti e ho ripreso l'inseguimento di Gastone. Dopo quello di ieri, il secondo Gastone della mia vita è il papero più fortunato del mondo, il cugino di Paperino. Il suo nome originale è Gladstone Gander, ma deve quello italiano proprio al personaggio di Petrolini. Li accomuna l'atteggiamento da viveur nei modi e nei vestiti. L'eleganza di questo papero ha sempre attivato la mia fantasia. Come vive? Chi frequenta? Quali posti del mondo ha visitato? È unico e perciò disprezzato da tutti. La maledizione del dandy.
Da bambino, con l'onnipotenza tipica dei bambini, pensavo che sarei stato fortunato come lui, o meglio che non mi sarebbe mai successo niente di sfortunato, che non sarei mai stato sconfitto. Mi sarebbe bastato comportarmi con attenzione, non lasciare niente al caso. Un bambino si sente onnipotente perchè non considera che al mondo non c'è solo lui. Ecco, uno come Gastone Paperone sembra almeno apparentemente non aver bisogno degli altri per il raggiungimento della propria soddisfazione.

g2

postato da: gastonestesso alle ore 11:14 | link | commenti (3)
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lunedì, 19 dicembre 2005

gastone e uno...

Questa notte non ho chiuso occhio neanche un minuto e ora mi reggo a stento. Ho cominciato a scrivere questi pensieri e non sono riuscito a spegnere la testa. Così alle quattro ero ancora in giro tra il letto e il computer. Pensando a cosa scrivere, di che raccontare, cercando di mettere a fuoco Gastone, per capire dov'è.
Da bambino ero affascinato dal personaggio di Gastone creato da Petrolini e arrivato fino a oggi grazie al film con Sordi. Petrolini lo inventò come caricatura di Mario Bonnard un attore italiano del muto e, anni dopo, proprio Bonnard è il regista del film con Sordi. Gastone è un attore fallito di varietà, si dà arie da viveur, ma non ha successo né come artista, né negli affetti, anzi perde anche quel poco che gli resta.
L'ho sempre trovato un personaggio triste, ma anche così vitale. La sua quotidiana menzogna del successo è l'incapacità di capire quando è il momento di arrendersi. Quel petto all'infuori è un atteggiamento di sfida, ma anche di grande malinconia. La dignità del perdente.

sordi in gastone

postato da: gastonestesso alle ore 18:55 | link | commenti (3)
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gastone dove sei?

Stamattina appena sveglio ho trovato nella mia casella l'email che ho messo come primo post di questo blog. Dolce risveglio a sette giorni dalla vigilia di Natale.
Chiaro che non è la prima volta che mi succede una cosa simile, ma ho deciso che può essere un inizio per andare alla ricerca di Gastone. Così eccomi alle due e mezza del mattino. Nei giorni vorrei trovare Gastone e capire chi è. È il nome che mi avrebbe descritto bene da bambino, è lo spirito di tanti racconti di mio nonno che mi facevano sognare, è il mio nome fittizio e quindi sono anche un po' io. Comincio da qui per capire dov'è che sbaglio sempre e perchè. Dov'è finito Gastone.

la strada davanti

postato da: gastonestesso alle ore 02:32 | link | commenti (2)
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un'email

domenica, 18 dicembre 2005, 08:46:41

Ciao ale,
ti ho scritto due mail ma niente risposta... mi sa che sei arrabbiato ed è giusto che tu lo sia... Allora parliamoci chiaro! Tu mi piaci e tanto, ma la mia testa è ancora troppo da un'altra parte... Non mi rimetterei mai con vu, però ci sono ancora troppo legata e per me è difficile poter pensare anche solo a far nascere qualcosa con qualcuno... è per questo probabilmente che con te sono sempre "legata", poco spontanea, e quella famosa "scintilla" di cui mi parlavi stenta a nascere... Mi spiace tanto, non ti ho preso in giro... non farei mai una cosa del genere, perchè so cosa significa soffrire per amore! spero che tu mi capisca... anzi so che non mi capirai, che mi odierai... ma io ti voglio bene, ti considero un ragazzo eccezionale... e qualunque cosa tu dica o faccia la mia idea rimarrà invariata! Se puoi rispondimi,

Un bacio,

Esse

postato da: gastonestesso alle ore 01:25 | link | commenti
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